SCHEDA A CURA DEL LICEO CAMMILLO GOLGI DI BRENO

 

Coordinatrici e responsabili dei materiali :
Bariselli Anna e Taboni Giovanna
Zallot Virtus Maria

 

CARLO MAGNO: STORIA E LEGGENDA

Nel 772 la Valle Camonica è conquistata dai Franchi; nel 774 un documento sottoscritto da Carlo re dei Franchi infeuda la Valle Camonica ai monaci di San Martino di Marmoutier a Tours.
La presenza franca in Valle Camonica è pertanto storia, documentata, oltre che dalla citata Donazione,  da alcune testimonianze ancora leggibili sul territorio: per esempio le numerose intitolazioni di chiese a santi del ciclo “carolingio”, oppure la presenza, a Capo di Ponte, della chiesa monastica di San Salvatore, dalla torre campanaria ottagonale tipicamente francese.
Intorno alla figura di Carlo Magno si svilupperà in seguito la leggenda  che lo vuole fisicamente presente in Valle , santo-eroe  di una crociata religiosa contro i nemici della vera fede più che re-eroe impegnato nella conquista politico-economica di nuovi territori. Le trascrizioni della leggenda, risalenti al XIV e XV  secolo,
trasfigurano pertanto la realtà storica strumentalizzandola in funzione delle esigenze del presente: un presente minacciato da molteplici sollecitazioni eterodosse, nei confronti delle quali si sollecita una nuova crociata. Carlo Magno, mitizzato e modernizzato, è evocato come  eroe e modello  di tale crociata,  storicamente attuata con metodi meno plateali, ma più efficaci di quanto narrato nella leggenda.

 

DONAZIONE DI CARLO MAGNO A ST. MARTIN DI MARMOUTIER
MGH, Diplomatum Karolinorum, t. I, 81, anno 774, 16 luglio
Carlo, per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio romano'. Se noi doniamo una parte dei beni che la divina provvidenza ci ha conferito in abbondanza ai luoghi venerabili per le necessità dei servi di Dio, speriamo che ciò comporti per noi un aumento di merito e la stabilità del nostro regno.
Per cui sia noto all'insieme di tutti i nostri fedeli sudditi il modo con cui noi e la nostra sposa, la regina Ildegarda, per amore di Dio e, contempo­raneamente, per aumentare il nostro merito, doniamo alla santissima chiesa del beatissimo confessore S. Martino, nostro patrono, costruita nella città di Tours, - dove questo santo riposa il suo corpo prezioso e dove Gulfardo, uomo venerabile, è attualmente abate - e vogliamo che siano donati in per­petuo come investitura al medesimo santo luogo e alla congregazione di esso (i seguenti beni).
L'isola con il castello di Sirmione, situata nel lago formato dal Mincio, con i territori ed i confini che ad essa competono, per quanto sono di spet­tanza pubblica e di corte e che sono tornati ad essere sotto il nostro fisco2, sia ciò che è all'interno, sia, totalmente, ciò che è fuori e spetta ad essa e cioè le corti, le chiese, le ville, i mansi, i «mancipia», le «massae», le costru­zioni, le vigne, gli oliveti, i campi, le selve, i prati, i pascoli, le acque, i corsi delle acque che mutano e che non mutano letto, tutto e completamente. E inoltre anche il piccolo monastero costruito nel castello medesimo, che Ansa ha integralmente ricostruito e che è titolato a S. Salvatore, con tutte le sue entrate. Facciamo inoltre dono al santo luogo suddetto della valle chia­mata Camonica dal passo Caudino3 fino a Dalegno con i monti e le alpi dal confine trentino, chiamato Tonale, fino ai territori di Brescia e a quelli del circondario di Bergamo. Tutto ciò che è compreso fra questi territori o che per lungo tempo e consuetudine4 è spettanza o dipende da detta valle, per quanto sono tornati ad essere di ragione pubblica o di corte o sono ricaduti sotto il nostro fisco, integralmente, allo stesso modo di come abbiamo stabi­lito per il territorio sirmionese, così doniamo anche tutti questi. Aggiungiamo inoltre in dono al predetto santo luogo lo senodochio tra il Pò e il Ticino che è stato costruito nel titolo di S. Maria nella località di Waham, vicino a Pavia, con la villa di Solario, con tutte le loro proprietà e una piccola casa sulla strada di Pavia, tutto ciò insieme alle terre, alle case, alle chiese, alle costruzioni, ai contadini5, ai «mancipia», alle «massae», alle selve, ai campi, ai prati, ai pascoli, alle acque, ai corsi d'acqua mobili ed immobili, tutto e completamente. Tutti i beni sopra elencati con confini, territori e dipen­denze abbiamo concesso da oggi per sempre alla suddetta basilica di S. Martino e ai rettori di questa e li abbiamo donati in piena e libera volontà. Quindi abbiamo ordinato di scrivere questi ordini dell'autorità nostra perché la sud­detta basilica di S. Martino e i suoi rettori da oggi abbiano, detengano e pos­seggano i beni sopra descritti e (la basilica) cresca tramite l'elemosina con­cessa alla stessa casa di Dio per la salvezza della nostra anima e perché nessun potere giuridico e nessuna persona in qualunque tempo osi turbare il suddetto abate Gulfardo e i suoi successori a proposito dei beni di cui sopra contro l'ordine giustamente stabilito o osi diffondere calunnie; ma perché invece questo dono della nostra autorità sia duraturo per diritto indiscuti­bile. E perché questa autorità sia più solida e sia più duratura nel tempo pre­sente e futuro, abbiamo deciso di firmare di nostro pungo quest'atto.
Firma di Carlo, re gloriosissimo
Iterio controfirma
Dato il giorno 17 prima delle calende di agosto dell'anno VI e I del nostro regno, in Pavia6. In nome di Dio. Amen.

1 La titolatura con cui Carlo Magno firma questo documento è quella ufficiale fino all'in­coronazione ad imperatore. Dopo tale data il «patricius Romanorum» sarà generalmente sosti­tuito con «romanum gubernans imperium».
2 Vedi l'interpretazione di A. SINA, Esine, storia di una terra camuna, Brescia, 1946, p. 15: si tratterebbe di beni di ex signori longobardi espropriati dai Franchi. Limitarsi, però, ai soli signori longobardi ci pare eccessivo.
3 «Cum salto Candino» : queste parole sono frutto di una ricostruzione, date le condizioni dei codici. Altri hanno ricostruito «cum saltu et Candino», da intendersi come generalizza­zione per «passo», dalle famose forche caudine. Sempre in base a questa suggestione, altri hanno ricostruito «cum salto Caudino». Nella nostra interpretazione si intende «dal passo verso la Val Gandino», e allora i confini della Valcamonica sarebbero stati assai estesi.
4 «A longo tempore et modo»: ho preferito rendere esplicita nella traduzione l'idea del diritto consuetudinario, implicita nel testo.
5 «accolabus» : è un caso ablativo di 5.a declinazione dal classico, ma poco usato, «accola» di prima. Il termine classico indica l'indigeno di una zona rurale, quello medievale il servo della gleba.
6 Se la datazione circa il giorno e il mese non presenta problemi (17 Kal. augusti, 16 luglio), i problemi ci sono circa l'anno, perché i codici sono diversi tra di loro.
Il manoscritto del secolo XII, conservato presso l'archivio di Verona, reca solamente «I regni nostri»; una copia della «Pancarte noire» di San Martino di Tours reca la correzione «anno VI anno X»; l'edizione ottocentesca della «Pantecarte noire» (Paris, Biblioteque natio­nale, Collection Baluze, 76) reca «... anno incarnationis domini DCCLIIII et regni nostri VI imperio I»; il manoscritto del 1137 della Pancarte e molte sue edizioni successive recano «anno VI et primo regni nostri», da interpretare come anno sesto da quando Carlo divenne re (768) e primo da quando vinse i Longobardi (774): le due date ci portano, pertanto, all'anno 774.
A tale data non porta la citata edizione della Pancarte, che scrive DCCLIIII: un evidente errore, perché nel 754 Carlo aveva dodici anni.Inoltre,l'indicazione «imperio I» non regge, perché il titolo imperiale è usato da Carlo solo dopo l'incoronazione di Roma.
La traduzione del testo e le note sono a cura di Gianfranco Bondioni e tratte dal testo di Roberto A. Lorenzi, Medioevo camuno, Università popolare di Valle Camonica, 1991 (2). Lorenzi a p. 122 così commenta: “È comunque con la dona­zione di Carlo Magno al monastero di St. Martin che anche la Valcamonica entra nella politica franca dei grandi monasteri.Dall'atto di donazione emergono almeno due caratteri tipici della «com­mendatio» del sistema vassallatico franco: la formulazione della motivazione della donazione, fatta «causa vestimentorum», vale a dire come investitura, e la donazione «ad personam», che si evince dalla citazione del nome dell'a­bate in carica a St. Martin, «vir venerabilis Gulfardus»; una caratteristica, quest'ultima, per la quale l'investito diveniva uomo dell'investitore, alie­nando la propria libertà fino a che avesse mantenuto l'investitura. Anche questo atto, dunque, testimonia il legame tra proprietà e uomo, nel senso che una «cessione» di proprietà si trasformava immediatamente in una subor­dinazione totale dell'investito all'investitore, divenendo il primo «uomo di corpo» del secondo.”

 

 

 

 

 

 

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